Vacanze e villeggiature

Quella vacanza dei sedici anni fu il primo assaggio di libertà per Anna. Tra le tende disposte in cerchio intorno al fornelletto da campo, la madre ipercritica da accudire e il padre che aveva tradito la sua promessa di rimanere vicino alla famiglia si tramutarono in presenze lontanissime. Se anche il piccolo gruppo di amici era agitato da continue discussioni perché non si trovava un accordo nel decidere la spiaggia dove recarsi l’indomani, su chi doveva lavare i piatti e se spendere i soldi della cassa comune per le birre o piuttosto per qualche barattolo dei tortellini al sugo dal sapore abominevole, lei si stava godendo l’assenza degli organi preposti al controllo della sua vita.
Non svegliarsi con sua madre che sfrecciava come un’ossessa attraverso la stanza impugnando l’aspirapolvere acceso, ma con i raggi del sole che attraversano il telo e addormentarsi a notte fonda cullata dal brusio delle conversazioni estive e dalle note dell’immancabile chitarra che suonava lontana per poi dormire sulla terra che aveva serbato l’odore del caldo e dei pini, invece che nel suo letto al secondo piano, le dava una sensazione di euforica serenità che forse era quella cosa che la gente chiama felicità. Tanto che, una volta tornata a casa, dormì per diversi giorni nel sacco a pelo steso sul parquet della sua stanza, noncurante delle prediche materne sull’igiene e sulle comodità.
E, mentre Anna si trovava nuovamente immersa nel caldo silenzioso dell’appartamento in città, Ennio si recò insieme ai genitori alla loro casa al mare. Quando usciva per fare le commissioni, definizione in uso che significava semplicemente che si andava a fare la spesa o a pagare le bollette, Anna trascinava il carrello con le bottiglie di vetro da riconsegnare attraverso strade deserte. L’asfalto si scioglieva sotto le ruote, l’aria vibrava e il quartiere popolare dove viveva sembrava quello di una città fantasma. Le giornate estive senza amici erano interminabili e la noia la divorava.
In quelle giornate tediose avvertiva soprattutto la mancanza di Lilia, l’amica che aveva osato scoperchiare la pentola sul fuoco. Da quando Anna aveva iniziato la nuova scuola si erano sentite qualche volta, perché Lilia l’aveva chiamata dalla cabina davanti casa, ma con il sopraggiungere dell’estate anche le poche telefonate erano cessate. Anna non sapeva come rintracciarla e così, in una mattina particolarmente calda, prese l’autobus e tornò a cercarla nel bar in fondo al viale vicino alla vecchia scuola, dove avevano trascorso molte ore insieme. Sapeva bene che non aveva molte probabilità di trovare l’amica lì, tra gli sgabelli, ma probabilmente vi avrebbe incontrato Enrico, il suo amico gigante con i mustacchi, e lui le avrebbe saputo dire dove accidenti era finita.
Si sbagliava. Nel bar non c’era traccia del suo amico. Seduti al bancone, dove solitamente lui sedeva insieme agli altri, c’erano invece due uomini che non aveva mai veduto. Anna però non si perse d’animo e con un grande sorriso chiese loro se sapevano che fine avesse fatto Enrico .
Uno dei due mostrandosi particolarmente gentile le rispose che – così gli avevano riferito – era andato in villeggiatura. Non sapeva dove, no, e non aveva nemmeno il suo numero di telefono, no, ma avrebbe tentato l’impossibile per trovarlo e comunicare poi il suo recapito ad Anna. L’uomo, un biondino sulla quarantina, era tanto magro che, quando parlava, le clavicole sembravano bucargli la pelle chiara. Nella sua risposta dimenticò di specificare che quella di Enrico non era una vacanza volontaria, ma Anna era troppo contenta per accorgersene e, speranzosa, gli diede il proprio numero di telefono.

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