Sognando salotti viennesi

In quegli anni, una vergine rappresentava per il maschio latino una sorta di cambiale firmata a tempo indeterminato, seppur emblema di indubbia e ammirevole rettitudine morale. Con me ha perso la sua verginità, dicevano i ragazzi ai giardinetti, e intendevano che ora si sarebbero dovuti assumere la responsabilità di quell’atto che, già dal punto di vista linguistico, sembrava implicare una ben scarsa partecipazione femminile. Questa visione, il più delle volte, li induceva a evitare le ragazze vergini a meno che non avessero, come si usava dire, intenzioni serie, termine che implicava fidanzamento, presentazione ai genitori e, infine, matrimonio con Ave Maria in chiesa e lei vestita rigorosamente di bianco. Di contro, con le ragazze che avevano già perso la verginità (chissà perché poi la verginità si perdeva come si perde la tessera del tram), ci si divertiva senza però definire quel tipo di relazione una storia. Al di là dello stupefacente sillogismo storia uguale a no divertimento, Anna ne dedusse che l’imene, se anche si trattava di una semplice membrana mucosa, svolgeva un ruolo di enorme rilievo nell’amore quello vero.
Durante il periodo di pausa, che durò almeno tre mesi, invece di occuparsi del possibile valore o disvalore dell’illibatezza, Anna preferì tornare ai suoi libri. Sospirando colma di ammirazione per le scelte rivoluzionarie di quella donna, leggeva del carteggio tra la von Salomé, Nietzsche e Paul Rée, e si chiedeva come un triangolo intellettuale potesse conciliarsi con questo piccolo grande amore che accompagnava le sue letture in sottofondo.
In quei mesi tentò anche di recuperare tutte le pagine non studiate sui libri di scuola, ma sapeva bene che non avrebbe vinto sullo sprint finale: a fine anno scolastico l’avrebbero bocciata. Ne fu sollevata. Finalmente avrebbe potuto salutare l’élite che detestava e immergersi nella realtà vera, almeno nella seconda delle sue verità vere, quella da cui partiva e dove tornava ogni giorno. I suoi genitori, che speravano ancora che un istituto come quello fosse sinonimo di un futuro migliore per lei, se ne sarebbero fatti una ragione. Cominciò così a studiare le possibili scuole superiori che si trovavano nelle vicinanze di casa e quali erano i documenti necessari per l’iscrizione. Documenti che avrebbe poi fatto firmare a sua madre che non partecipò alla ricerca, ma che si limitò a comunicarle che – Non capisco bene.
La scelta di una scuola nuova non si rivelò affatto facile: Anna non sapeva quali fossero le differenze tra i diversi indirizzi e non era nemmeno in possesso di una preiscrizione. Quando ormai sembrava che le sarebbe toccato trascorrere un altro anno ancora nella scuola che tanto odiava, si ritrovò per caso affacciata al finestrino di un bus che passava davanti al cortile di un liceo, dove giovani vestiti in jeans e felpa erano seduti in terra, mentre suonavano la chitarra, fumavano o chiacchieravano animatamente. Per Anna fu amore a prima vista: la semplicità del loro abbigliamento e quel clima da pic-nic sui prati la conquistò all’istante. L’indomani trascinò sua madre in segreteria e le fece firmare il modulo d’iscrizione. Solo dopo avrebbe scoperto che si trattava di un liceo classico, dove oltre alle ricreazioni colorate c’erano anche le lezioni di greco, ma anche quando tutti i compagni di classe avevano riso nel sentirla chiedere alla professoressa cosa mai volesse dire “davanzale” – parola che non aveva mai sentito nominare e che le sembrò particolarmente esotica – non si sarebbe pentita di quella scelta impulsiva.

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