Una ottocento beige

La vita di Anna si era così trasformata da rassicurante tela monocromatica in un caotico quadro tridimensionale. La casa dove viveva, con le posate buone da lucidare e le frangi dell’unico tappeto persiano – status symbol di un’evoluzione proletaria – da pettinare, si sovrapponeva ai saloni di ambasciate e belle case, dove nordiche creature raccontavano di college inglesi e vacanze trascorse a sciare, mentre i suoi pensieri ritornavano tra lo slittino di legno rimasto a marcire in una cantina remota.
Argomento di conversazione delle nuove compagne di classe non erano però soltanto la vacanza o il campo scuola; all’alba dei quattordici anni, si parlava anche di amore e di sesso, mentre in sottofondo gli  Eagles e gli America cantavano una libertà da conquistare.
Mentre qualche compagna di classe aveva già sperimentato quei baci ripugnanti dove ci si infila la lingua in bocca, lei del sesso aveva solo letto ne Il Padrino, ragione per cui sua madre le aveva proibito quella lettura e aveva nascosto il libro dietro agli altri. Gli amplessi descritti con minuzia stranamente non l’avevano però indotta a ragionare oltre sul tema.
Ecco, in quel periodo, il problema più grande le sembrò proprio questo: se si escludeva il momento in cui aveva scoperto che le bambine non possono fare la pipì in piedi, al contrario di molte sue coetanee, lei non aveva ancora mai riflettuto sul sesso così come non si era mai interrogata sulla differenza biologica tra un maschio e una femmina. Non che ignorasse del tutto l’esistenza di alcune diversità, però non aveva, per esempio, mai giocato al dottore; cosa che a sentire le altre e secondo molte riviste femminili di quelle che si trovano dal parrucchiere, era decisamente grave. Certo, poteva vantare a suo credito una serie di nozioni in merito al processo di procreazione: la scuola elitaria utilizzava metodi didattici all’avanguardia, e così la copertina del libro di biologia riportava la foto di una famiglia di quattro componenti biondi che guardavano gioiosamente e completamente nudi attraverso l’obiettivo, dritto negli occhi degli studenti, mentre il testo spiegava in modo scientifico l’argomento. Gli allievi avevano soprannominato la famiglia in copertina the sunshine-family e ne ridevano. Lei, invece, non trovava affatto buffa quell’immagine e tanto meno aveva mai preso in considerazione l’idea di collegare le nozioni acquisite durante le ore di biologia a un accadimento futuro che la riguardasse da vicino.
Quello che sapeva del sesso aveva per lei la stessa valenza di ciò che aveva imparato durante le lezioni di matematica. Così come non si sarebbe mai sognata di veder comparire davanti a sé un’ipotenusa o una radice quadrata, non aveva valutato l’ipotesi di poter essere, un giorno, parte attiva nel processo riproduttivo della specie umana.

Si può dunque affermare che il suo primo incontro con il sesso fu pervaso da grande stupore. La stupivano i discorsi delle sue compagne che pianificavano accuratamente quella che chiamavano „la prima volta“, la sbalordiva il tizio sull’autobus che le infilava una mano tra le gambe alitandole sul collo e anche il ciccione che la seguiva a casa sussurrando parole oscene, la disorientavano le allusioni scherzose al suo seno prorompente degli avventori del bar e il comportamento del suo primo grande amore platonico e fidanzato “a casa”, che lei aspettava ogni sera ai giardinetti per vederlo anche solo per poche decine di minuti, e che niente affatto platonicamente, in una sera senza luna, se la sedette sulle gambe dentro alla sua ottocento beige e, dopo averla fatta scivolare avanti e indietro per non ricordava più quanto, la rimproverò dicendole “Vedi cosa mi fai fare?”, mentre lei aveva taciuto a quella domanda per non sembrare sciocca nel chiedere cosa.

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