Il treno per Neverland

Sofia si svegliò in quel momento in cui la notte, con discrezione, lascia il posto al giorno e la luce di una nuova alba cancella le inquietanti ombre dell’oscurità. Accompagnata soltanto dal chiacchiericcio dei pappagalli e dall’eco dei propri passi, si avviò decisa verso la stazione che, probabilmente sempre per colpa dello strano ritmo delle lancette sull’orologio della nonna, raggiunse molto prima del previsto.
Grigi edifici segnati da crepe, binari di ferro arrugginito e poche biglietterie dove, dietro ai vetri sporchi, sedevano tristi impiegati con la faccia di chi avrebbe voluto trovarsi altrove, qui dipingevano un quadro surreale agli occhi di chi guardava.
Senza leggere la destinazione, Sofia salì su uno dei treni che, rassegnati, stavano attendendo in silenzio il fischio di partenza. Scelse uno scompartimento vuoto (ma, chissà, forse erano tutti vuoti), dispose lo zaino sul portapacchi, estrasse uno dei tavolini consunti dove poggiò quaderno e penna, e prese posto davanti al finestrino.
Dopo pochi minuti si udì  il fischio del capostazione e il treno, sbuffando tra i morsi urlanti del ferro, si mosse lentamente, mentre Sofia si addentrò senza una meta precisa tra i propri pensieri.
Da bambina aveva letto tutti i libri di Karl May rubati allo zio, e la sua immaginazione era stata rapita dalle avventure di Old Shatterhand così tanto da farle sognare di imitare quell’uomo coraggioso arrivato nel West al seguito dei pionieri, ma una volta cresciuta – forse perché i cavalli la intimorivano  o perché la polvere la faceva starnutire – aveva deciso che un destriero non era il mezzo più adatto a realizzare il suo sogno di andare lontano: molto meglio il treno. Adorava la ferrovia, soprattutto se il treno era come quello su cui si trovava ora, uno di quelli vecchi che si muovono lenti; le piaceva la sensazione  che provava entrando dolcemente in una realtà sconosciuta, scoprendola piano piano.

Fuori dal finestrino la fila di alberi verdi che cordiali l’avevano salutato senza che lei, troppo assorta nei suoi pensieri,  ricambiasse, aveva lasciato il posto a un banchina alle cui spalle si innalzavano i monti. Un grande cartello recitava: “Confine”, mentre uno più piccolo, arrugginito e appeso in quel luogo da chissà quanto, avvisava il viaggiatore dell’esistenza di un sentiero che conduceva all’Altopiano della Comunicazione. In fretta e furia Sofia raccolse le sue poche cose, i suoi geni bicolore, un pizzico di coraggio e si affrettò a scendere dal treno. 

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