Pappagalli e mosaici viola

Sofia abbandonò la radura dove le feste si erano adagiate in terra come fanno i coriandoli colorati quando finisce Carnevale, e si diresse a piedi verso la stazione. Nonostante fosse quasi sera, il sole era sorto dietro le colline. Conttrollò l’orologio che portava al polso. Si trattava di un orologio che molti anni addietro aveva ricevuto in regalo da sua nonna, uno di quelli con le lancette e il quadrante grande che, avvicinandolo all’orecchio, puoi sentire il tempo camminare.
Stupita vide che le lancette, con il solito ritmo cadenzato, si stavano muovendo all’indietro. Un’improvvisa  inquietudine si impossessò di lei. Era tardi, anzi no, era presto, o forse entrambe le cose, pensò confusa . Frugò nelle tasche della giacca alla ricerca dello sciroppo di camomilla che portava sempre con sé. Inutilmente. Il flaconcino doveva esserle caduto quando era inciampata vicino alla radura. Maledizione!  Fece un respiro profondo per scacciare l’ansia. In fondo che importanza poteva avere se il tempo andava o se tornava? Lei stava andando in direzione della sua meta,  e questa era l’unica cosa che contava davvero, si disse cercando di adottare un tono persuasivo nel dialogo con se stessa.
Già, la meta. Ma dove era finita la stazione? Sofia scrutò attentamente l’orizzonte e, quando si era quasi convinta  di averla perduta, la vide: sembrava più piccola di quando l’aveva vista la prima volta; ora la sua meta era ridotta a un minuscolo punto che poteva anche trovarsi in un luogo lontano chissà quanto.
Decise di non perdere altro tempo – di andata o di ritorno che fosse – e di cercare una scorciatoia. Con tanti saluti al saggio, lasciò la strada nel bosco tagliando per il grande parco che, come per incanto, nel frattempo si era materializzato ai piedi della collina. All’interno del parco centinaia di  persone sudate e rosse in volto si affannavano,  zaino in spalla e bottiglie d’acqua impugnate come fucili, lungo i sentieri illuminati da un ormai impietoso sole di mezzogiorno. Spaventata da tanta umanità, Sofia scelse di nascondersi dentro a una grande sala le cui colonne la circondarono in un abbraccio. Solo la calda carezza del vento di scirocco e la  musica malinconica di un violino che , quasi a voler  ritrovare la magia di un’anima antica nei mosaici viola, sembrava essersi lasciata trasportare sulle ali di cento pappagalli fino a posarsi all’ombra delle volte, la abitavano. Sofia, incantata, stava pensando che in un luogo come quello avrebbe potuto vivere per sempre, quando udì in lontananza il fischio di un treno che la richiamò all’ordine. Si sentiva  troppo stanca per proseguire subito, però. Si sarebbe incamminata dopo aver riposato al fresco. Così serrò il il chiavistello della mente e si addormentò all’ombra rassicurante dei sogni, mentre tutt’intorno le persone si affrettavano a vivere la vita.

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