7 Aprile 1943, Russia

Cari genitori,
cari saluti vi manda il vostro K. Come state? Spero bene. Vi ringrazio molto per la vostra cara lettera. Natale è ormai passato, qui eravamo in postazione e non ce ne siamo nemmeno accorti. Lo stesso vale per l’ultimo dell’anno: abbiamo tenuto la postazione, ma all’improvviso ci siamo trovati […].
E pensare che tutto potrebbe essere diverso!
Perché allora si fa questa guerra? Ben presto molti degli esseri umani saranno soltanto vittime di guerra. Delle volte non si riesce a crederci, eppure […]

In confronto alla situazione qui, la vita in Francia era un paradiso, perché tutta questa povertà lì non la si incontrava […]

Legami slegati

A dirla tutta, quando alla fine di quell’estate, come ogni anno, raggiunse per alcuni giorni la nonna nel paese dal campanile, un leggero dubbio che le cose non stessero esattamente così e che forse non era brutta come credeva, la sfiorò.
Perché i suoi occhi castani e i capelli scuri che, durante l’infanzia, avevano indotto la gente a dire che somigliava a Gigliola Cinquetti – non perché vi fosse davvero una somiglianza, ma perché quella era l’unica cantante italiana che avevano visto nei loro televisori in bianco e nero – erano considerati simboli di bellezza dagli abitanti del paese. Una bellezza esotica. Definizione che faceva pensare parecchio a un ananas, ma che era pur sempre un segno di apprezzamento.
Anna però non aveva mai scritto a chi era rimasto tra le colline della sua infanzia e non aveva mai replicato alle lettere che le erano state recapitate. Seduta nel vagone che l’aveva portata in Italia, aveva cancellato, nel tempo di un viaggio, i volti dell’amica del cuore con cui aveva condiviso le risate e le gite sul trattore, dei cugini con i fucili di legno e le merende sotto il grande ciliegio, dello zio di sette anni più grande che le aveva insegnato ad amare l’inglese e che cantando  bussava alle porte del cielo, e non si era più voltata indietro. Molte volte, in seguito, qualcuno le avrebbe chiesto se provasse nostalgia per i boschi e i prati dove era nata, per i compagni di scuola e se aveva ancora contatti con loro.
No, avrebbe risposto ogni volta, senza mentire. Perché diligentemente aveva stretto i denti e reciso i legami.
Non le fu dunque possibile approfondire una tesi alternativa per capire che il fascino è soltanto negli occhi di chi guarda.

Requiem in a minor

La sua vita scorre tranquilla, con alti e bassi moderati. Essere, nel presente. Senza portare fiori e senza ricordare il caro defunto nelle preghiere serali.
Solo qualche volta avverte il bisogno di passeggiare lungo quella strada. Si tratta di brevi momenti soltanto suoi. Passa davanti alla casa dall’altra parte della via e si ferma un po’. E’ pulita ora e rimessa a lucido, ma era più bella prima, quando la facciata era fatiscente e il giardino incolto, pensa ogni volta. E mentalmente aggiunge che se l’umanità non cedesse a pensieri kitsch come questi, Capossela sarebbe a fare il muratore.
Con il trascorrere degli anni la domanda si è trasformata in una presenza silente, discreta, compagna di viaggio del suo stupore, dei suoi dubbi e della tristezza. Una tristezza di quelle lievi, che si porta in fondo alla tasca e che si tira fuori qualche volta per caso, come capita con un sasso che avevi infilato lì durante una passeggiata e di cui poi ti sei dimenticata. Un sasso che non puoi e non vuoi restituire al mare, con la stessa ostinazione di chi esprime un desiderio a ogni stella che cade. 
Una pietra sui binari che arresta la corsa del treno.