Distrazioni andine

A distrarre Anna dalle sue pene d’amore non fu soltanto lo studio delle nuove materie che, ad eccezione del greco, le erano più congeniali di quanto lo fossero state quelle robe incomprensibili come la chimica e la matematica, ma soprattutto il clima che si respirava nella scuola nuova. Abituata a essere valutata per la qualità dei capi che indossava e per lo stato sociale della sua famiglia, trovarsi circondata da coetanei a cui non importava nulla di tutto questo le dava l’idea di essere in villeggiatura. Una villeggiatura in un piccolo mondo dove un sorriso era un sorriso e non una cortese finzione, ammesso che una finzione possa essere cortese.
Se anche le pesava trovarsi in classe con chi aveva un anno meno di lei – che a quindici anni dodici mesi sono quasi una generazione, borbottava – non impiegò molto tempo per socializzare con i compagni d’istituto delle altre classi. Nel grande edificio spesso si faceva lezione, ma più spesso ancora ci si riuniva in assemblea, si costituivano collettivi o ci si assentava per partecipare in gruppo alle manifestazioni. Anna scoprì così il significato di parole come sinistra, destra, femminismo e partecipazione, ma anche di termini dal suono esotico come coesione e tazebao. Quest’ultimo le piaceva tanto, quasi quanto il profumo di sandalo che acquistava nel negozio vicino al pantheon durante le sue scorribande solitarie, quando la vita le si faceva troppo stretta. Poco distante dal grande edificio scolastico si trovavano una sezione del PCI e una dell’MSI così che due camionette della polizia sostavano fisse di fronte all’entrata della scuola, nel tentativo di evitare incidenti. Non sempre però riuscivano nel loro intento e a Carnevale, per esempio, finiva che i camerati in erba lanciassero ai compagni, in erba anche loro, patate che nell’interno contenevano lamette da barba, e qualcuno si faceva male davvero.
La scuola era un liceo comunista e Anna, che non aveva mai sentito parlare dei comunisti se non riferito alle cose orribili che faceva “il Russo” durante la guerra alle donne o quando i telegiornali narravano dei morti durante i tentativi di fuga oltre il muro di Berlino, pensò che era arrivata l’ora di capire da quale parte stare. I compagni di scuola più grandi le avevano spiegato che il comunismo si basa sul concetto di una società dove non esistono classi sociali e proprietà privata e a lei, per ovvie ragioni, l’idea piacque molto. Per approfondire ulteriormente prese in prestito in biblioteca il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, ma arrivata a pagina 34 decise che, in fondo, poteva benissimo fidarsi dei suoi nuovi amici.
Secondo la vecchia metodologia del chiodo schiaccia chiodo, Anna sostituì dunque il ricordo malinconico degli abbracci di Ugo con l’allegria e dei canti nelle manifestazioni, la passione delle discussioni, l’entusiasmo sotto al palco degli Inti-Illimani e quel calore che percepiva circondata da una collettività che inseguiva gli stessi ideali. Forse aveva trovato il luogo dove si sarebbe sentita a casa.

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