Il triciclo e la Porsche

Con l’arrivo dell’inverno, Lilia sempre più spesso doveva tornare di corsa a casa dopo scuola per occuparsi del fratellino che aveva cominciato a mostrare segni evidenti di problemi psichici, mentre Siria continuava ad avere il suo gran da fare nel cercare un amore romantico tra i giocatori di strip poker. Così Anna si ritrovava di sovente al bar da sola, ma pur di non tornare nella casa in periferia, dove nei lunghi pomeriggi senza sole doveva lavare e asciugare le stoviglie, pettinare le frangi del tappeto persiano e portare la sorellina a danza per poi annoiarsi chiusa nella sua camera, preferiva trascorrere le ore seduta su uno sgabello davanti al bancone. Qualche volta Enrico la portava con sé sulla sua Honda 1000, quando si doveva recare a parlare con qualcuno. In quelle occasioni Anna rimaneva seduta buona buona sulla moto e non faceva domande, nemmeno dopo, quando con il vento che le strattonava i capelli lunghi tornavano a cento all’ora verso il bar. Solo una volta gli aveva chiesto quale fosse il suo cognome, ma quando lui le aveva risposto che meno sapeva, meno avrebbe potuto dire se qualcuno l’avesse interrogata, a lei la cosa sembrò molto sensata e, da quel giorno, tenne a bada la propria curiosità.
Considerava Enrico il suo amico grande, insieme ridevano molto e dietro al volto da Gengis Khan e alla stazza da orso gigante, a suo avviso, si celava un animo buono. Che poi, in fondo, tutti hanno un lato buono, si diceva Anna. Anche se, quando lui era arrivato al bar con un triciclo che aveva rubato in un cortile, perché gli serviva un regalo di compleanno per il nipote, lei fece un po’ di fatica a non condannare il suo comportamento e a fugare eventuali dubbi sul suo conto. Molta più fatica di quella volta in cui ridendo le raccontò che aveva fatto un buco nel muro di una banca, ma che si era trovato tre poliziotti ad attenderlo alla fine dello scavo, che non avevano affatto gradito la pistola che aveva tenuto in mano e lo avevano spedito dritto dritto a Sulmona.
E comunque, triciclo o no, Ennio la proteggeva, e questo le scaldava il cuore. Non che lui le avesse mai detto qualcosa a riguardo, ma con il tempo Anna aveva compreso che, prima di rivolgerle parola, gli uomini al bar aspettavano un segnale di assenso da parte di lui e che, se nessuno l’aveva mai invitata alle partite di poker, forse non era unicamente merito dell’integrità morale della sua piccola persona.

Era stato quindi ovvio per lei che quel giorno si fosse voltata verso Ennio aspettandone la reazione.
Stava seduta sul solito sgabello accanto al juke box, quando la porta si era aperta e un giovane che non aveva mai visto si era avvicinato al bancone chiedendo un caffè. Era talmente bello che Anna aveva rischiato di non riuscire a chiudere la bocca: lunghi capelli castani ne incorniciavano un volto dai lineamenti perfetti e i suoi occhi erano verde mare. Con le lunghe mani da pianista il giovane uomo aveva avvicinato a sé la tazzina e le aveva sorriso. Anche Ennio, seduto in fondo al bar, stava sorridendo mentre rispondeva allo sguardo di Anna. Così lei e l’uomo più bello che avesse mai visto fuori dai fotoromanzi cominciarono a chiacchierare e, quando si salutarono, avevano preso accordi per rivedersi due giorni dopo. Anna era invitata a una festa di compleanno e avrebbe dormito a casa della festeggiata: avrebbero quindi avuto tutto il tempo per stare insieme e conoscersi meglio.
Il giorno della festa la venne a prendere con la sua Porsche grigia davanti al bar. Anna salì e insieme partirono a tutta velocità. Lei non sapeva se la colpa era del rombo del motore, della stupefacente bellezza di chi che le sedeva accanto o della propria certezza che finalmente era arrivato il fatidico momento della sua prima volta, ma era tanto emozionata che le tremavano le mani. Mentre percorrevano le strade della città, parlarono del più e del meno. In realtà del meno, perché – come Anna dovette constatare un po’ dispiaciuta -avevano ben poco da dirsi.
Dopo meno di mezz’ora scese il buio e con l’auto imboccarono una via alberata fuori dal centro abitato. Lui le accarezzò piano il volto, la baciò e, mentre con una mano tirò la leva del sedile di lei, con l’altra le sollevò la gonna e le si sdraiò sopra. Anna sentì un dolore lacerante tra le gambe e poi il sangue che scendeva. Dopo pochi minuti lui si tirò su, si abbottonò i pantaloni, si lisciò i lunghi capelli castani, le accarezzò nuovamente piano il volto e le sorrise. In silenzio girò la chiave per avviare il motore. Quando, un quarto d’ora dopo, giunsero sotto casa della festeggiata, le diede un bacio sulla guancia e sorridendo le disse “Ti chiamo”, ma in quel momento ad Anna non importava molto. Ancora dolorante sali’ le scale, suonò alla porta e se ne andò dritta in camera dell’amica ignorando festa e festeggiata. Prima di addormentarsi pensò che se questa era la famosa e ambita prima volta, per lei sarebbe tranquillamente potuto non seguirne una seconda.

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