Una chat a fiori

L’attività principale di due adolescenti che sono alle prese con i primi amori è parlare. Possibilmente per ore e ore, sedute in qualche posto dove nessun orecchio indiscreto può ascoltare le loro confidenze o, in mancanza di questo, al telefono. In un’epoca in cui il cellulare era ancora un oggetto da visionari amanti di fantascienza, c’era il telefono fisso, quello grigio della Sip, con la cornetta pesante attaccata a un filo decisamente troppo corto per chi cercava un angolo lontano da orecchie curiose. I più sfigati poi in casa avevano il duplex, una linea telefonica condivisa con qualche vicino, e prima di telefonare bisognava accertarsi che quello non stesse usando il telefono o che non sollevasse improvvisamente la cornetta mentre si stava parlando.
Quando la madre era al negozio, Anna stava ore al telefono con Tania e Anita che aveva lasciato a scuola poco prima, anche se dopo la prima bolletta da capogiro suo padre aveva avvolto l’apparecchio a mo di salame e fissato il disco con una catena chiusa con un lucchetto: al contrario di lei ignorava che il perno centrale si poteva svitare per comporre così, con un po’ di intuito e parecchia fortuna, il numero desiderato. Con Lilia questo tipo di comunicazione non era possibile, perché a casa non aveva il telefono, e nessuna delle due ragazze disponeva di abbastanza denaro per usare uno di quelli a gettoni per le loro conversazioni. Acquistarono così ciascuna un quaderno con la copertina fiorata e le pagine verdi o rosa e durante i pomeriggi, quando la distanza tra le rispettive abitazioni e i doveri da sorella maggiore di Lilia impedivano alle due di vedersi, si scrivevano. L’indomani si scambiavano i quaderni per leggere e replicare ai pensieri dell’altra con lo stesso fiume di parole che avrebbero riversato nel telefono. Crearono così una chat ante litteram.
Siccome però a quindici anni il letto di un fiume è troppo stretto per racchiudere un mare di emozioni, capitava sempre più spesso che marinassero la scuola per chiacchierare seduti sugli sgabelli davanti al juke box del bar in fondo al viale.
Gli avventori del bar, quelli che la nonna non avrebbe apprezzato, non le disturbavano se non su loro esplicito invito. C’era il bel Bruno che, così almeno sembrava alle ragazze, era il più vecchio di tutti: aveva già circa quarant’anni, i capelli scuri, le mani curate ed era sempre vestito in modo impeccabile; prediligeva i colori chiari e non si separava mai dal suo giubbotto di camoscio e dagli occhiali da sole scuri che delle volte teneva indosso anche al chiuso. All’anulare sinistro portava un grande anello d’oro con uno stemma e d’oro era anche la collana che gli sbucava da sotto la camicia. Il più delle volte Bruno arrivava al bar in compagnia di Enrico, un omone alto quasi calvo che però compensava l’assenza di capelli con degli enormi baffi a manubrio. Enrico aveva poco più di trent’anni e l’unghia del suo mignolo sinistro era lunghissima, molto più di quelle delle altre dita. Anna aveva notato che, quando entrava insieme a Bruno, l’atteggiamento degli altri si faceva quasi ossequioso. L’unico che rimaneva tranquillo era Davide, un trentenne bruttino e avaro di parole che interagiva solo con lui senza rivolgersi mai agli altri.
C’era poi Baby, un giovane biondo con gli occhi azzurri che viveva in una casa dentro le mura della città e che – così le sembrava – si occupava prevalentemente di non fare nulla se non incontrare belle ragazze e correre in moto; c’erano i due fratelli alti e magri con un cespuglio di capelli in testa, che per questo loro aspetto erano chiamati gli sgabello e che passavano al bar quando avevano finito di truccare le macchine nella loro officina e, infine, c’erano i tre fratelli che avevano scelto come punto d’incontro quel bar preceduti dalla fama del loro cognome tanto che il barista, nonostante la sua avarizia, gli offriva il primo caffè della giornata. Tutti poi possedevano delle bellissime moto di grande cilindrata con le quali sparivano alla stessa velocità con cui erano arrivati, ma prevalentemente percorrendo le strade contromano.

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