Dolce vita e fame

L’idea romanticamente frizzante che Anna si era fatta dell’amore nasceva dalle canzoni ascoltate durante la notte, quando la voce suadente dello speaker di una stazione radio dal nome francese accompagnava le note sparse nel buio, e dalle letture dei romanzi della Pilcher acquistati alle bancarelle dell’usato e che, per quanto li considerasse presuntuosamente al di sotto del proprio livello intellettuale, le piacevano per l’odore di muschio e le giacche di tweed dei loro personaggi maschili.
Se anche la fatidica prima volta le sembrava più lontana che mai, in quel periodo era quasi felice, perché aveva trovato un’amica nuova.

Lilia era giunta in Italia senza conoscere la lingua e così si era vista costretta a frequentare la scuola d’élite. Era figlia di un’aspirante attrice tedesca e di un bell’egiziano. Dopo un breve matrimonio e due figli, il padre di Lilia aveva abbandonato l’affascinante ed estrosa consorte tedesca alle sue terre natali per tornare a vivere tra le piramidi. La giovane moglie, spinta non tanto dalla disperazione per l’abbandono quanto da uno dei suoi molti pensieri stravaganti, aveva afferrato bagagli e bambini ed era fuggita verso la città dove Fellini aveva ambientato il suo capolavoro. Aveva preso in affitto un appartamento di due stanze circondato da pochi caseggiati, un passaggio a livello e la statale che attraversa le campagne laziali, e ci si era trasferita insieme alle sue illusioni femminili di una dolce vita, senza ragionarci più di tanto. L’abitazione non aveva il telefono e il riscaldamento, seppure presente, raramente dava segni di vita, ma lei era un’artista, si diceva, e il pragmatismo non era roba da creativi.
Il giorno che Anna aveva conosciuto Lilia, la madre di questa era a inseguire le proprie fantasie in un altro luogo ancora, un luogo di cui nessuno sapeva esattamente dove fosse dislocato, nemmeno i suoi figli. Anna avrebbe scoperto in seguito che la donna aveva l’abitudine di partire all’improvviso, da sola o in compagnia di un grande amore – È quello giusto, lo sento! – lasciando la figlia quindicenne ad accudire il fratello di nove. Ogni volta ritardava puntualmente il rientro, dimentica che aveva lasciato i ragazzi con pochissimi soldi e che il frigo di casa doveva essere vuoto da tempo. Lilia però non sembrava dispiaciuta di queste assenze prolungate (le assenze della madre, non quelle dei soldi che di queste sì che si rammaricava), perché quando la donna restava per qualche settimana in città, portava il nuovo uomo giusto a stare in casa con loro. Il fratellino di Lilia allora si ritrovava a dormire nello stesso letto con la coppia che si amava durante la notte, in barba a tutte le teorie sui traumi infantili. E Lilia doveva rimetterne insieme i pezzi, quando la madre finalmente partiva di nuovo.
La compagna di scuola dal fisico da indossatrice e le  labbra carnose rappresentò per Anna il primo incontro con chi patisce la fame senza per questo indossare un fermaglio in osso tra i capelli e senza che si trovi riprodotto su un manifesto con tanto di logo.
Come abbiamo già detto, lei era figlia di un’educazione cattolica che le aveva insegnato il dovere di pietà verso gli ultimi. Le sembrò dunque naturale, quasi banale, chiedere alla  madre di supplire laddove un’altra stava mancando. In nome della morale pretese quindi del cibo da consegnare a Lilia e la invitò a pranzo a casa ogni volta che poteva. Fu un disastro annunciato: un giorno, la nuova amica che dopo qualche pranzo insieme aveva cominciato a sentirsi una di famiglia, attratta dal profumo del cibo sul fuoco, sollevò il coperchio della pentola per scoprirne il contenuto.
In quell’occasione Anna comprese che nella partita tra fede e conformismo, il secondo vince spesso uno a zero: senza esitazione alcuna, da lì a poco, la madre di Anna aveva stilato il foglio di via per quella sfacciata che aveva osato guardare nel suo tegame e messola figlia di fronte a un aut aut: se voleva trovare ancora un pranzo pronto, si sarebbe dovuta presentare da sola e non in compagnia di chi non sapeva come ci si comporta in casa d’altri. A nulla valse ricordarle le parole del parroco e anche tirare in ballo le sacre scritture si dimostrò impresa vana.

Dopo quel giorno, Lilia sedeva sugli scalini del piano superiore aspettando che la madre di Anna uscisse per recarsi al lavoro e che l’amica la facesse entrare per placare da clandestina la fame in quella casa dove, fedeli all’antica consuetudine, si tracciava con un coltello  il segno della croce sul dorso del pane da affettare, ma poi ci si perdeva in una pentola piena di sugo. Da quell’esperienza le due ragazze ne avrebbero tratto una soddisfazione dimezzata per lo stomaco, compensata però dal nutrimento per un’amicizia che sarebbe durata tutta la vita. A dimostrazione del fatto che il diavolo fa le pentole e qualche volta anche i coperchi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: