Arance e nacchere

Era passato un anno dal suo arrivo in città e sempre più spesso Anna, dopo che sua madre era tornata al negozio, usciva di nascosto per cercare un posto dove non sentirsi in dovere di rimediare a errori che non ricordava di aver commesso e dove nessuno la facesse sentire sbagliata o inadeguata. Un luogo che non fosse la casa con le stanze svuotate dalla presenza genitoriale eppure ricolma di doveri di una figlia modello e di una sorella maggiore. Un posto che non fosse nemmeno quella scuola che la obbligavano a frequentare e dove era circondata da giovani abitanti di ghetti dorati, lontani anni luce dalla sua realtà.
Nella sua ricerca di un luogo che avrebbe sentito un po’ suo, si muoveva come un gatto randagio attraverso le vie della grande città. Nei primi tempi si recava nella biblioteca in centro per prendere in prestito dei libri nella sua madrelingua e così, a tredici anni, scoprì Freud, ma la cosa non si rivelò affatto un bene. Perché, seppur le fosse chiaro che di quei testi non comprendeva proprio tutto tutto, quello che capì si rivelò sufficiente per indurla a nutrire dei sospetti su eventuali proiezioni messi in atto dai suoi genitori.
Dopo le prime uscite clandestine, ampliò in modo proporzionale alla tristezza che provava il perimetro dei suoi giri in città. Camminando a piedi lungo i vicoli del centro, scoprì che la bellezza delle piazze romane con le loro fontane e i monumenti esercitavano un effetto lenitivo sul suo stato d’animo; era come se il bello stuccasse, almeno per un po’, le crepe che aveva dentro. Imparò anche a capire e amare il modo ironico, burbero e al contempo affettuoso degli abitanti di quelle città. Amò, per la risata che le strappò, la venditrice di frutta di Campo de’ Fiori quando, burlandosi del petulante turista che volle conoscere l’esatta provenienza delle arance, come tutta risposta avvicinò un’arancia all’orecchio e gli chiese “Ma non le senti ‘ste nacchere?”, ma anche il mago che leggendole la mano le disse “Lelletta mia, ma te v’oi dà ‘na carmata?” e tutti quelli che la chiamavano “Nì”, perché quelle due sole lettere le scaldavano il cuore.
Rincasando dopo quelle fughe dall’effetto consolatorio, Anna si sentiva sempre più spesso come chi tornava in terra straniera. Nel suo caso da straniera.

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