Matrimoni, ratti e traslochi

Il giorno del matrimonio sua madre indossava un abito da sposa corto e sui capelli biondi, invece del diadema dei suoi sogni, portava un semplice velo, ma era comunque la sposa più bella del paese. Per il viaggio di nozze non c’erano abbastanza soldi, così l’indomani gli sposini presero  in gestione una gelateria nella cittadina lungo il fiume, dove si erano conosciuti, e affittarono un piccolo appartamento sopra il negozio, dove si poteva udire il rumore delle grasse pance dei ratti che di notte sbattevano sugli scalini. Poco più di un anno dopo, la madre rimase incinta di lei; abbandonarono così la gelateria e la casa con i ratti e tornarono a vivere al paese, dove tutti le avevano ormai perdonato di aver sposato uno straniero dai capelli scuri, perché – dovevano ammetterlo – quell’uomo era un lavoratore e un gran risparmiatore e non odorava nemmeno di aglio.
Come tutti coloro che giovanissimi avevano lasciato il luogo dove erano nati, anche il padre di Anna coltivava il sogno di tornare in patria, una patria che forse esisteva soltanto nei ricordi dipinti dai colori pastello della nostalgia di casa. Così un bel giorno decise di portare la bella moglie e le bambine in Italia, giusto il tempo per far apprendere loro una lingua che lui stesso non parlava mai. Incaricò una ditta di trasporti, stipò tutto quello che negli anni era riuscito a conquistare sul camion ad eccezione di moglie e figlie; con quelle, dopo diciotto ore, raggiunse Roma in treno. Seppur Anna fosse piuttosto contrariata, perché nella fretta i grandi avevano dimenticato di chiederle se avesse voglia di lasciare casa, nonna, cugini, amici e scuola, quando scese dal tram sulla piazza, tra gli oleandri carichi di fiori bianchi e rossi illuminati dal sole, ebbe la piacevole sensazione di trovarsi in un luogo familiare. Sensazione che si affievolì però quando, dopo essere stata a pranzo da nonna e nonno Opri, la famiglia trovò la porta del nuovo appartamento aperta scoprendo che quasi tutte le loro cose erano sparite: lo zio incaricato di scaricare il camion si era fatto aiutare da due ragazzi volenterosi che del tutto casualmente stavano passando di lì.
E mentre la madre era entrata in casa impugnando un ombrello, certa di cogliere i delinquenti sul fatto e forse ucciderli ad ombrellate, il padre aveva continuato a passarsi una mano sulla testa parlando tra sé e sé e valutando se non tornare immediatamente indietro. Ovviamente rimasero.
Poche settimane dopo l’infelice trasloco, il padre di Anna comprese che trasferirsi in un paese dove gli stipendi erano bassi e i costi di vita alti, non era stato affatto un colpo di genio, e tornò a lavorare al nord dove, per molti anni ancora, avrebbe trascorso tutte le primavere, le estati e gli autunni, per vivere in Italia soltanto nei mesi invernali. Durante ogni viaggio trascinava con  sé la sua anima da emigrante, spaccata a metà dalla nostalgia per una nazione che esisteva soltanto nella sua immaginazione e la convinzione che l’amore è scritto sulle banconote. Ogni volta prometteva alle figlie che non sarebbe più partito ma, quando questo accadde davvero, Anna si trovava altrove e si era da tempo abituata al pianto che le scatenava persino la partenza di un treno carico di mele.
Sua madre scelse di non seguire nuovamente il marito nei suoi spostamenti e prese residenza in quella nazione così diversa dal piccolo mondo fatto di rigore e di algido contegno, che si era portata in borsetta. E siccome la sua testa aveva ripreso a pulsare, il marito le aveva comprato un negozio dove realizzare il suo piccolo regno personale. Non si trattava di un negozio qualsiasi bensì di una boutique, dove le clienti acquistavano vestiti eleganti e raccontavano di vacanze in albergo e di scarpe confezionate su misura. Così anche lei dovette necessariamente indossare abiti firmati e scarpe di buona fattura e andare dal parrucchiere due volte al mese. Ogni giorno, ad esclusione della domenica, rincasava all’ora di pranzo, il tempo di consumare un pasto veloce e dormire una mezz’ora, mentre la sera tornava stanca morta con i piedi che le facevano male. Spiegò alla figlia maggiore che la scelta di non tornare indietro al paese tra le colline era un vero atto di amore materno, un sacrificio per non turbarla con un ulteriore trasferimento, e le assegnò  il ruolo di capotribù  in considerazione dell’evidente affinità genetica di Anna con gli indigeni locali.  E mentre la sorellina, nei lunghi pomeriggi improvvisamente solitari, correva nel buio della grande casa dalla sua stanza al bagno in preda al terrore di incontrare un ladro di quelli che rubano i bambini, questa acquistò la coscienza di essere l’unica colpevole di un disastro familiare.

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