Opri

Nello stesso quartiere abitavano anche nonno Opri, affettuosamente soprannominato così per il modo in cui rispondeva al citofono, con sua moglie. I nonni paterni si erano trasferiti da un piccolo paese delle Marche poco prima della seconda guerra mondiale, perché nonno Opri lavorava come posatore di binari per le Ferrovie. In principio avevano vissuto in una casa fredda e umida ai piedi del Colosseo, ma presto venne loro assegnata una casa popolare in periferia. Fu festa grande: in casa non c’erano topi, nemmeno sulla terrazza, e il palazzo aveva persino un ascensore che andava anche senza moneta da cinque lire. Nonno Opri era un ometto piccolo con una buffa rientranza sul labbro inferiore, dovuta alla sua abitudine di tenere sempre la sigaretta in bocca. La nonna non sopportava questo suo vizio e lo cacciava fuori a fumare in terrazza, ma nelle giornate fredde nonno Opri preferiva andarsene alla mescita, dove accompagnava la sigaretta con un quartino di vino bianco. Quando Anna lo incontrava, le allungava sempre qualche spicciolo per un gelato, mentre il suo volto rugoso e bruciato dal sole si illuminava e lui sembrava uno gnomo buono come quelli dei libri delle fiabe .
La nonna era una donna robusta che per colpa dei dolori alle gambe non usciva quasi mai, se non per fare la spesa al mercato. Delle volte comprava qualche gallina a cui poi torceva il collo nella nuova vasca da bagno. Era una gran cuoca, la nonna, e la domenica i quattro figli con le loro famiglie si riunivano volentieri intorno alla sua tavola, dove troneggiava una scodella piena di gnocchi al sugo fatti in casa. Il pranzo per i bambini si concludeva sempre con un ovetto sbattuto corretto da giusto un dito di Marsala.
C’erano la zia e lo zio col nome improponibile che faceva il pompiere; avevano due figlie della stessa età di Anna e di sua sorella. Lo zio pompiere era fiero proprietario di una 128 con la bambolina attaccata allo specchietto retrovisore e il cuscino all’uncinetto sul cruscotto posteriore; una volta aveva portato tutte loro al mare, ma poi aveva preferito non ripetere l’esperienza, perché aveva bisogno di silenzio per guidare. D’altronde lui stesso non parlava mai. C’era poi la coppia di zii che, insieme al loro unico figlio, vivevano in un appartamento nuovo, dove non toglievano la plastica dalle sedie del salone per non sporcare quei mobili che avevano pagato un bel po’ di soldi. E c’era, infine, la zia che allora non era single ma zitella che aveva due figli bellissimi anche loro e che, come la madre, si sarebbero sposati poco più che ragazzini e poi lasciati, per continuare una lunga catena di amori adolescenziali, bellissimi e disgraziati.
Anna trovava divertenti quei pranzi dove non c’erano né posate buone né tovaglie inamidate e dove i suoi geni meridionali si sentivano piuttosto a casa.
La frequentazione di tutta la compagnia terminò però bruscamente quando, al matrimonio del cugino bello, sua madre osservò gli zii lanciare allegramente degli ossi di pollo nel camino della sala del ristorante: quel lancio, sommato alle ditate di gelato che il cugino più piccolo aveva lasciato sulle sue poltrone di velluto, da quel giorno in poi le causarono la comparsa immediata e puntuale di una terribile emicrania, ogni volta che doveva incontrare la parentela locale.

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