la sedia del barbiere

E’ stato così che, nel suo cuore, Tom Sawyer lasciò il posto a Jo, la meno femminile delle sorelle March, e che scrivere per lei era diventato vitale.
Le avevano ripetuto, quasi con ossessione, che la nazione dove andava a stare non le era del tutto sconosciuta: vi era già stata in vacanza insieme ai genitori all’età di quattro anni. Lei però di quel soggiorno aveva pochi ricordi e nessuna immagine da rievocare. Solo percezioni che le erano rimaste addosso, e pensieri.
La sabbia nei sandali, dopo il mare, sconosciuta sino ad allora e tanto sgradevole che aveva preferito beccarsi uno sculaccione piuttosto che muovere un altro passo ancora con i granelli a graffiarle i piedi. Ma anche il bruciore sulla nuca che aveva sentito insieme all’umiliazione quando l’avevano piazzata, noncuranti delle sue rimostranze, dentro a un ridicolo seggiolone che sul davanti esibiva una lignea testa di cavallo con una criniera sintetica dall’improponibile color celestino, perché con il caldo i capelli andavano rasati.  Ricordava di aver pensato con rabbia alla lunga chioma nera che la cugina coetanea  fiera esibiva in barba alle temperature, mentre sulla sua testa il rasoio elettrico falciava vittime che tristemente si univano ai raggi del sole che danzavano attraverso la tenda del  salone da barbiere.  
Oppure il senso di inadeguatezza che aveva provato in compagnia delle nuove amichette quando, durante un pomeriggio alle giostre, le aveva vedute ballare imitando le movenze sinuose delle starlette televisive in bianco e nero, mentre lei era rimasta rigida come uno stoccafisso malgrado il desiderio di lasciarsi andare al ritmo che dentro le bruciava. La mente aveva continuato a ripeterle che di certo aveva ragione la mamma nel definire inopportuno quel muoversi scomposto al suono di una canzone, anche se, a dirla tutta, la frase non la convinceva del tutto.

Mentre le poche immagini di quella vacanza  sembravano essersi ridotte a fotogrammi sfocati dove era impossibile distinguere il soggetto ritratto dalla proiezione dell’osservatore, i ricordi degli odori invece sembravano essersi impressi nella sua mente come un marchio di fuoco sulla pelle. Il profumo delle notti estive che si fondeva con quello dolciastro dei mantecati nelle gelaterie aperte fino a tardi, l’odore di legno e vernice delle imposte che difendevano le case dal sole di mezzogiorno mentre nel loro interno tutto sapeva di ombra, aglio e candeggina, l’olezzo di pesce dei mercati al mattino e quello di vino e tabacco delle mescite dove i vecchi si recavano dopo il sonno pomeridiano. Ecco, della sua prima vacanza in Italia ricordava questo e l’aver pensato che la vita è odore.

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