il futuro si trova nel passato

Il futuro va cercato nel passato. Perché è lì che albergano i sogni e le aspettative.
C’è chi sostiene scherzosamente che sono le letture a rovinare le persone, ma forse c’è qualcosa di vero in quella affermazione. Lei era vissuta per moltissimi anni tra e anche dentro ai libri. Avevano rappresentato il rifugio per sua madre che vi aveva trovato l’eleganza e lo sfarzo che la vita le aveva negato ed erano divenuti simbologia di un porto sicuro anche per lei.
Era stata una bambina che non amava le favole: provava quasi un senso di ostilità per quei racconti di sciagure intrisi di morale. Non avrebbe saputo spiegare, ma qualcosa non la convinceva nell’ingenuità sbadata di Cappuccetto Rosso, nella narcolessia di Biancaneve e neanche nell’opportunismo di Pinocchio. La storia del Brutto Anatroccolo poi, forse per colpa della voce gracchiante che proveniva dal giradischi nel quale sua madre aveva trovato un efficiente sostituto, le sembrava un atto di crudeltà soprattutto verso chi la doveva ascoltare.

Quando fu in grado di scegliere da sé le proprie letture, i suoi primi miti erano stati quelli che solitamente piacciono ai maschi, Tom Sawyer e Old Shutterhand in prima fila.  D’altronde lei, che fiera portava i capelli “alla maschietta” e giocava a pallone, non riusciva a comprendere perché mai  avrebbe dovuto essere una femmina. Non voleva essere  obbligata a  indossare gonne e vestiti, imparare ad accavallare aggraziatamente le gambe e, invece di rincorrere la palla o giocare a cow-boy e indiani, pettinare le bambole fingendosi parrucchiera. Certo, anche lei aveva delle bambole, ma le sue erano speciali: a Marta la bionda mancava un occhio, Tommy invece portava i neri capelli rasati perché la sua chioma era finita come scalpo tra le mani dei pellerossa e quella per la quale non aveva mai trovato un nome che le stesse bene e che quindi si chiamava solo “bambola” fino al giorno in cui venne dimenticata in soffitta, aveva una gamba più corta dell’altra. Si intratteneva con loro soltanto quando fuori era troppo freddo per rincorrere gli indiani con i fucili o per guardare l’aquilone che tagliava l’aria in tanti spicchi diseguali.

Solo quando aveva compreso che nessuno sforzo le avrebbe permesso di capovolgere il destino e di fare la pipì addosso al muro, e il trasferimento in un’altra nazione aveva tracciato una linea di demarcazione tra la sua infanzia e la vita,  le storie di scapestrati e di eroi maschili avevano smesso di rappresentare le sue letture principali.

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