La mano

Un bambino di forse tre o quattro anni sbucò improvvisamente dalla via laterale. Si arrestò sul ciglio del marciapiede, giusto una frazione di secondo prima del passaggio di una macchina che andava a tutta velocità. Novanta centimetri vestiti di jeans, sulla faccia l’espressione di terrore che hanno i bambini quando si sono perduti. Mentre lei si avvicinava a passi veloci nel timore che il piccolo scendesse in strada, sopraggiunse il padre che evidentemente si era distratto e lo prese per mano. Bastò quella presa salda perché il panico scomparisse dal piccolo volto. I tratti, che un momento prima erano scomposti dallo smarrimento, tornarono al loro naturale allineamento armonioso. Cubismo a ritroso, pensò, mentre proseguiva portandosi appresso le sensazioni che l’accaduto aveva suscitato in lei.    
Conosceva bene quella forma di terrore, soprattutto nella sua versione adulta. La sensazione del pavimento che cede privando della propria solida base esistenziale chi lo vive. Il respiro che manca anche dopo aver spalancato tutte le finestre per riempire di vento i polmoni, e il dolore, un dolore che piega in due anche il corpo.
Un terrore che con le sue unghie acuminate squarcia la mente privandola della ragione. Che non si arresta con la volontà, con l’intelligenza, con il bilancio di un quotidiano perfettamente funzionante. Perché vive di vita propria la sua esistenza urlante, distruttiva. Perché la certezza del tutto irragionevole che inietta nella mente è che nessuna scialuppa di salvataggio servirà per continuare a galleggiare fino a ritrovare un centro di gravità che appare perduto inesorabilmente.  
Un terrore che fa paura tanto da indurre chi lo conosce a non rischiare un’altra volta ancora. Perché sa di non potersi fidare di sé e di lui; sa che se tornerà, con lui tornerà anche la forza distruttiva.
Lei quel terrore l’aveva provato molte volte. Troppe. Anche se le gente non le credeva. Forse perché non aveva visto il treno.

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