Zucchero, senape e latino

Essere figlia unica era di una noia mortale. A niente era servito dare retta al consiglio del vecchio che viveva nella casa con il grande giardino. Aveva fatto come lui le aveva detto e messo ogni giorno una zolletta di zucchero sul davanzale, nella speranza che la cicogna l’accettasse in regalo e le consegnasse in cambio un fratello o una sorella. Ma invece di un bebè erano arrivate soltanto le formiche e le sgridate di sua madre.
Il giorno più noioso di tutti era la domenica, quando i cugini non avevano il permesso di giocare in cortile. Li poteva vedere attraverso la vetrata del grande salone, mentre andava nell’orto a prendere il prezzemolo per la nonna: il cugino, invece dei soliti pantaloncini, indossava pantaloni lunghi abbinati al gilet e anche il papillon, e i suoi capelli erano incollati alla testa con la gelatina e divisi da una riga che correva dritta come un soldato. La cuginetta portava invece una graziosa gonnellina a pieghe e una camicetta bianca con il colletto inamidato e aveva i capelli raccolti in una coda da cui fuoriuscivano due vezzosi boccoli all’altezza delle orecchie. Si fermava ad osservare i due fratelli attraverso il vetro per qualche minuto, ma sapeva che non avrebbe dovuto bussare. Di domenica era proibito far rumore in cortile o per strada e sporcarsi i vestiti buoni. E non stava bene dare fastidio presentandosi a casa della gente senza essere invitati. Neanche se si trattava dei parenti che abitavano nella casa dirimpetto.
Al paese l’unico evento eccitante durante tutto l’anno era la fiera , quando il piazzale dietro la chiesa si riempiva di bancarelle che vendevano zucchero filato, salsicce con la senape e cuori dolci con scritte rosa e bianche, e altre dove i maschi sparavano al tirassegno o colpivano con una palla una piramide di lattine per vincere almeno una rosa di plastica da regalare alla fidanzata, perché il grande orso di peluche non riusciva a vincerlo mai nessuno. E c’erano le giostre con le altalene a forma di barca che volavano alte tanto da far venire la nausea, ma era divertente. Verso sera gli uomini del paese si radunavano nel tendone della birreria per bere e tornare a casa ubriachi, mentre i più giovani adocchiavano le ragazze più carine e le invitavano a ballare sulle note un po’ stonate della banda locale.
Quando era stata molto piccola, anche il Carnevale era stata una grande festa. Le ragazze più carine sfilavano come majorette davanti alla banda attraverso le vie del paese e c’era persino qualche carro allegorico da cui principi e buffoni lanciavano caramelle e rose sulla gente che si radunava per vederli passare. Poi però, un mercoledì delle ceneri di un anno particolarmente freddo, la comunità aveva deciso che non disponeva più dei fondi necessari per questo tipo di manifestazioni, e un corteo funebre aveva percorso le strade coperte di neve fino ad arrivare al cimitero e seppellire il Carnevale.
Quando, di domenica, si stancava di stare in ginocchio sulla sedia davanti alla finestra guardando la pioggia che cadeva sull’asfalto grigio della strada davanti al salice piangente, che sembrava triste come solo un salice può sembrare, mentre l’unico suono era quello delle campane del campanile storto, andava a prendere uno dei suoi libri, Nei libri succede sempre qualcosa, anche se è domenica. Soprattutto in quelli ambientati nei collegi svizzeri, dove ragazzine vivaci facevano scherzi e studiavano il latino.
Mentre divorava le parole stampate, le sembrava di poter sentire l’odore dei prati di montagna e le risate delle protagoniste. Così, per diversi anni, attese speranzosa che i suoi genitori mettessero in pratica la punizione con cui la minacciavano quando non si comportava bene, per mandarla finalmente in collegio.

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