Di chi ha tanti capelli

Sofia si avviò verso l’altopiano indicato dal cartello. Il sentiero saliva ripido tra montagne brulle; non si vedeva anima viva in giro e le pochissime case, nascoste tra gli alberi, avevano l’aria di essere state abbandonate da tempo. Sofia ebbe la sensazione di essere stata catapultata nella terra di nessuno. Già dopo pochi passi lo zaino che portava in spalla si era fatto pesante come se, invece delle poche cose che vi aveva racchiuso,  contenesse un carico di sassi.  Il sole adesso era velato da nuvole grigie che non lasciavano presagire nulla di buono. “E non ho nemmeno l’ombrello” borbottò, ridendo al contempo di quel pensiero e di sé. Non portava mai l’ombrello, odiava gli ombrelli così come detestava qualsiasi cosa che le impedisse di muoversi liberamente. Ma non fece in tempo a terminare queste riflessioni che il cielo si oscurò e un vento gelido sollevò la terra mischiandola a una pioggia impietosa.
Bastò una manciata di minuti perché Sofia si ritrovasse bagnata come un pulcino, ma non le sembrò una buona idea ripararsi sotto gli alberi. Strinse i denti e proseguì confidando nel fatto che i temporali estivi solitamente durano poco. La sua fiducia nella natura si rivelò però mal riposta e presto comprese di dover cercare un luogo dove aspettare che la pioggia si placasse. E forse fu per mano del fato o di chissà chi e cosa, che proprio in quel momento, nel buio della tempesta, le parve di scorgere in lontananza una finestra illuminata.
Intirizzita, strinse più forte tra le mani le bretelle dello zaino e raggiunse faticosamente la casa dalla quale aveva visto provenire la luce. Quando vi giunse, era talmente esausta che attribuì a questo la visione surreale che le si parò davanti: un uomo con così tanti ricci in testa da ricordarle la canzone di Lucio Dalla, quella in cui si domanda se di chi ha tanti capelli ci si può fidare, le stava spalancando la porta con un gran sorriso. Sofia ebbe l’impressione che la stesse aspettando, ma si sa, la stanchezza può giocare brutti scherzi. Troppo sfinita per interrogarsi, lasciò che lui la prendesse per mano e l’accompagnasse davanti al camino acceso che faceva bella mostra di sé in un salone arredato con mobili di legno chiaro, quadri d’autore e morbidi tappeti. Mentre lei sprofondò in una grande poltrona di velluto sorseggiando il vino che il suo cortese ospite le aveva versato, l’uomo con voce morbida parlava. Non le chiese nulla, non faceva come spesso fa la gente; non sembrava voler sapere, piuttosto sembrava sapere già. E semplicemente lasciva scorrere le parole senza esitare, in modo pacato, dolce come un ruscello che attraversa il bosco. Tra il calore del fuoco e quella voce rassicurante, lei  non si stupì e si sentì al sicuro, fino a cadere e in un sonno profondo senza nemmeno accorgersene.

Si svegliò per il gran freddo. Il fuoco doveva essersi spento. Sofia si tirò su e cercò con lo sguardo il camino, ma non lo trovò. Non c’erano nemmeno i mobili di legno e la grande poltrona nella quale ricordava di essersi addormentata: la stanza era completamente spoglia ad eccezione di un letto di ferro sul quale si accorse di essere sdraiata. Spaventata, saltò giù e si diresse verso la porta. Abbassò  la maniglia, ma scoprì, mentre il cuore le arrivò in gola, che la porta era chiusa a chiave. Cercando di non farsi prendere dal panico, corse alla finestra. Tirò l’anta: fuori la pioggia aveva lasciato il posto a una nebbia fitta che sembrava aver trasformato l’altopiano, dove si trovava la casa dell’uomo, in un luogo abitato  da mostri e fantasmi color latte. Quando Sofia vide che davanti ai vetri erano fissate robuste grate di ferro, le mancò il respiro. Anche se sapeva che nessuno avrebbe potuto sentirla in quel luogo desolato, provò lo stesso ad urlare, ma incomprensibilmente nessun suono usciva dalla sua bocca. Allora bussò alla parete, prese a calci la porta e con unghie e denti cercò di limare il ferro delle grate, ma infine si dovette rassegnare: era prigioniera della storia di un uomo che viveva sull’Altopiano della Comunicazione. Così si accasciò sul pavimento e pianse, lei  che rideva sempre. Le lacrime scivolavano copiose lungo le sue guance trasformandosi in pesanti gemme color rosso sangue che Sofia, dondolandosi avanti e indietro senza smettere mai, raccolse con uno di quei gesti il cui senso sfugge alla ragione umana.
Molti anni dopo, un escursionista avrebbe trovato uno scheletro di donna disteso in una casa vuota. La testa  della donna  poggiava su un cuscino di rubini. La porta d’ingresso era socchiusa.

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